Diagnosi e cure

Brevi (e amare) riflessioni sul ruolo del medico del lavoro ai giorni nostri

Il mondo del lavoro è, in questo periodo, composito ed è possibile notare due discrasie sulle quali conviene svolgere alcuni approfondimenti.

I GIOVANI LAVORATORI

Da un lato, molti giovani si trovano a svolgere attività del tutto diverse da quelle previste dal loro percorso scolastico, spesso a causa della crisi dei settori nei quali avrebbero voluto operare. Si pensi (ma solo per citarne alcuni) a quelli che hanno compiuto studi di scuola orafa o odontotecnica e che, dopo varie ricerche, finiscono a svolgere attività di magazzinaggio presso cooperative. Ma anche molti laureati, pur avendo completato il percorso magistrale, e magari avendo conseguito master, non riescono a trovare adeguate possibilità di inserimento e ripiegano su attività di tipo impiegatizio per le quali il loro percorso scolastico risulta essere del tutto ininfluente ed inutile.

I LAVORATORI ANZIANI

Dall’altro lato, molti lavoratori, con significativa anzianità anagrafica e di mansione, hanno difficoltà ogni giorno maggiori a svolgere il proprio compito, a causa dall’invecchiamento biologico che li rende meno atti a far fronte alle necessità dell’attività lavorativa.
Si pensi all’edilizia, alla metalmeccanica ed al mondo ospedaliero, dove comuni denominatori, quali la movimentazione di carichi (nell’ultimo caso “pazienti”), risentono delle minori capacità funzionali e delle conseguenze del progredire dell’età. Ne deriva un quadro di disagio sociale e individuale che comporta ampie difficoltà nella gestione anche della vita di relazione e della progettualità.
Ne consegue che gli uni saranno incapaci di rendere al meglio considerando, consciamente o inconsciamente, l’attività svolta come una mortificazione e gli altri tenderanno ad incolpare l’impresa delle loro difficoltà cercando di ritagliarsi all’interno dell’attività lavorativa una posizione di privilegio che li esenti dai compiti più onerosi.

E ancora, venendo a mancare soddisfazioni di tipo economico ed essendo anzi le imprese ancora più rigide, per ragioni di congruità economica, il circuito si inasprisce con una progressiva produzione di certificati medici, coinvolgendo il medico in un loop di cui non ha responsabilità. Né le strutture legislative o ispettive sembrano comprendere o leggere questa situazione che diventa sempre più imbarazzante.

Il ritardo pensionistico ne è un esempio, come il ritenere – sull’onda del “post hoc propter hoc” – che tutte le responsabilità siano addebitabili all’impresa, quasi questa dovesse farsi carico anche dell’invecchiamento biologico. Corrisponde poi da parte dei sanitari di base (c.d. medici di famiglia) una crescente difficoltà a prescrivere esami di approfondimento rendendo più facile di fatto l’assunzione del riferito e la sua trasposizione in un certificato limitativo.

IL RUOLO DEL MEDICO COMPETENTE

Come sembrano anguste al medico competente le dettagliate norme che ne regolano pedissequamente l’attività quando questi si confronta con una realtà che, per molti versi, gli preclude un’effettiva capacità o possibilità decisionale o gestionale…
E come diventa vuota l’attività medica in carenza di adeguate valutazioni, costretto il medico ad affidare il giudizio alla visita – che, di fronte alla completezza della diagnostica per immagini e nella riduzione di adeguate capacità semeiotiche – spesso diventa un reiterarsi di liturgie che a poco approdano. Ma altre nubi affollano l’orizzonte.

IL RUOLO DELL’INAIL E DELL’INPS

L’INAIL tende a chiudere precocemente gli infortuni demandando al medico competente la formulazione di “idoneità lavorativa” e questa tempistica stride con un completo recupero funzionale del lavoratore/paziente che spesso ha ancora in corso terapie e controlli medici. Non si tratta di formulare una idoneità/non idoneità, che al momento sono essere fuori luogo, ma di considerare l’evoluzione medica dell’infortunio nella sua interezza.

Neanche la strada di ovviare “aprendo la malattia” sembra plausibile, in quanto l’INPS contesta il concetto di malattia rimandando all’INAIL la pertinenza, pertinenza che l’INAIL, di fatto, ha rifiutato. Chi ne fa le spese sono il lavoratore, il datore di lavoro e – per quanto ci riguarda – il medico competente, anche qui chiamato a surrogare i difetti altrui o del sistema; ne discende un quadro di incertezza, nel quale, invece di problemi concreti, si reiterano obblighi che nulla aggiungono alla comprensione della singola realtà aziendale.

Sembra a chi scrive che il sistema soffra di una rigidità intrinseca e si arrocchi su consuetudini che confliggono con le problematiche attuali. La medicina del lavoro, partita dalla fase correttiva, è passata presso la fase riparativa e propositiva e deve ora compiere il passaggio a quella autoreferenziale.