Diagnosi e cure

La frattura del femore nell’anziano

Le fratture del femore nell’anziano rappresentano la complicanza più grave di una caduta e, più raramente, di un trauma diretto all’anca o di una torsione della stessa, soprattutto in pazienti affetti da osteoporosi. È una malattia multifattoriale che comporta fragilità delle ossa conseguente ad un progressivo deterioramento della struttura microscopica delle stesse, che si riducono di quantità e si alterano nella loro architettura. I principali fattori di rischio riguardano: storia pregressa di fratture da fragilità, bassa massa ossea evidenziata con una MOC, sesso femminile, età avanzata, menopausa precoce, terapia cortisonica, malattie endocrine, scarso apporto di calcio e vitamina D nella dieta, aumentata frequenza di cadute. Circa il 90% dei pazienti affetti da questa patologia ha più di 65 anni e negli Stati Uniti viene considerata la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari. I decessi nell’anno successivo al trauma, particolarmente nei pazienti più anziani, raggiungono una percentuale di circa il 30 % e la metà di coloro che subiscono questa frattura, ha difficoltà a riprendere i precedenti standard di vita. In Europa si verificano circa 500.000 casi all’anno con un costo stimato in 4 miliardi di euro soltanto per le spese relative all’ospedalizzazione. Tali oneri vengono quasi raddoppiati nell’anno successivo per spese relative alla fisioterapia, terapie mediche, visite ortopediche e costi sociali.

L’anca o articolazione coxo-femorale, è costituita dall’estremità superiore del femore (testa del femore) e da una cavità (acetabolo) nell’osso iliaco. La forma ricorda quella di una pallina da golf che ruota all’interno di una tazzina con fondo perfettamente sferico. Essendo interposta tra il bacino e l’arto inferiore, svolge un ruolo fondamentale durante la deambulazione, ma ma anche durante la stazione eretta, gravando su di essa tutto il peso del corpo.
La sintomatologia, conseguente a questi tipi di traumatismo, è caratterizzata da dolore localizzato all’ inguine o alla coscia, impossibilità alla deambulazione ed ai movimenti dell’anca, accorciamento ed atteggiamento in extra o intrarotazione dell’arto.
La diagnosi oltre che clinica, deve essere supportata da un esame radiografico e, nei casi dubbi, può essere utile ricorrere ad una TAC. Le fratture dell’anca possono essere suddivise, a seconda dell’area interessata in:

  1. intracapsulari o sottocapitate,
  2. pertrocanteriche,
  3. sottotrocanteriche.

Le fratture del femore vengono solitamente trattate chirurgicamente entro 48 ore dal trauma (compatibilmente con le condizioni generali del paziente) e questo per limitare al massimo il dolore, la perdita di sangue ed il periodo di allettamento, un prolungamento del quale potrebbe comportare complicanze quali infezioni delle vie respiratorie ed urinarie, tromboflebiti, tromboembolie polmonari, decubiti, perdita dello schema motorio del cammino.

L’anestesia è generalmente spinale, rendendo quindi insensibili solo gli arti inferiori, ma non addormentando il paziente. Soltanto in casi particolari, soprattutto in soggetti scoagulati, sarà necessario adottare l’anestesia generale.
Le fratture del gruppo A possono essere trattate se composte ed in pazienti giovani con viti a compressione, anche se in questi casi l’interruzione della vascolarizzazione della testa femorale conseguente alla frattura può comportare la necrosi della stessa in circa il 50% dei casi. In presenza di scomposizione invece, sarà necessario procedere ad una sostituzione protesica parziale o totale dell’anca, relativamente all’età ed alle condizioni generali del traumatizzato.
Le fratture del gruppo B sono solitamente sintetizzate con un chiodo endomidollare che consente di ridurre la scomposizione della frattura stessa e di recuperare rapidamente la capacità di camminare.
Le fratture del gruppo C sono le più instabili e difficili da trattare, richiedendo l’utilizzo di chiodi endomidollari più lunghi o di placche e viti e necessitando un periodo di astensione dal carico più lungo.

L’obiettivo principale del trattamento riabilitativo è quello di far recuperare il più precocemente possibile una relativa autonomia al paziente traumatizzato. Già dal primo giorno dopo l’intervento si procede, compatibilmente con le condizioni generali, alla mobilizzazione dell’arto operato ed alla ginnastica respiratoria. Non appena possibile il paziente viene messo seduto. La ripresa della stazione eretta e della deambulazione viene generalmente consentita nei giorni immediatamente successivi all’intervento chirurgico con l’aiuto di un deambulatore e, successivamente di due bastoni canadesi (stampelle). Questi ultimi verranno utilizzati per il tempo necessario a garantire una sufficiente stabilità ed autonomia anche dopo il ritorno a casa.
La terapia riabilitativa nei confronti di questi pazienti riveste una particolare importanza ed ha sostanzialmente lo scopo di consentire il recupero della normale deambulazione ed il ritorno alle abitudini di vita quotidiane. In alcuni casi, soprattutto nei soggetti più deboli ed anziani, può richiedere diverse settimane, con l’organizzazione di un supporto anche a livello domiciliare.

Per quanto riguarda la prevenzione di questo tipo di fratture, se è vero che nulla possiamo contro l’ età, si deve comunque considerare che una corretta alimentazione (ricca di calcio e vitamina D), un minimo di attività fisica e, se necessario, una mirata terapia farmacologica che tenda a rallentare l’indebolimento delle ossa aumentandone al tempo stesso la resistenza, sono in grado di contrastare l’osteoporosi, causa primaria di queste patologie. Più difficile risulta evitare le cadute, anche se alcune semplici regole di vita possono aiutare a ridurle: uso di occhiali adeguati, limitazione dei farmaci tranquillanti, corretto dosaggio dei farmaci per la pressione, eliminazione di possibili ostacoli (tappeti!) e buona illuminazione in casa, ricorso ad ausili, come maniglioni, bastoni (che fatica accettarli!) e girelli, o ad assistenza in caso di marcata riduzione dell’autonomia motoria.