Diagnosi e cure

Sole e Vitamina D, ingredienti fondamentali nella nostra vita

Si stima che circa un miliardo di persone nel mondo ha carenza di vitamina D. Per quanto riguarda l’Italia, è stato dimostrato che la percentuale di soggetti con ridotti livelli di vitamina D non è rappresentata soltanto per l’80-90% da individui ospedalizzati e lungodegenti, ma per il 20% da giovani sani e per il 60% da persone d’età più avanzata.

La vitamina D è sintetizzata nell’organismo per effetto del sole a partire da “precursori” presenti nella pelle, ovvero da sostanze dalle quali ne vengono prodotte altre per metabolismo. L’antenato dell’uomo che inizialmente popolava le regioni equatoriali era esposto a grandi quantità di raggi ultravioletti che gli permettevano di sintetizzare livelli ottimali di vitamina D. Le successive migrazioni a latitudini più a nord e l’introduzione di un abbigliamento più coprente portarono a un progressivo schiarimento della cute. Oggi l’urbanizzazione e la ridotta esposizione solare rendono gran parte della popolazione a rischio di ipovitaminosi D, soprattutto nei mesi invernali. A più alto rischio gli anziani, che hanno ridotte capacità di sintesi della vitamina D rispetto ai giovani e che tendono a stare maggiormente chiusi in casa, e molti soggetti immigrati di fenotipo scuro.
La vitamina D è stata recentemente riconosciuta come un vero e proprio ormone indispensabile per molte funzioni, oltre allo sviluppo e salute delle ossa. Tra i suoi effetti particolarmente importanti la stimolazione dell’assorbimento attivo del calcio dall’intestino.
Il calcio, per usare una metafora, potrebbe rappresentare il “mattone”, il costituente principale delle nostre ossa, e regola molte altre funzioni come la trasmissione neuromuscolare.
Una grave carenza di vitamina D provoca nel bambino il rachitismo e nell’adulto l’osteomalacia, e quindi un’inadeguata mineralizzazione dello scheletro con conseguente fragilità e dolori ossei. Anche l’efficienza del nostro sistema muscolare è legata alla vitamina D, e questo diventa sempre più importante con l’avanzare dell’età; negli anziani è dimostrato che la supplementazione di calcio e vitamina D riduce in modo significativo sia il rischio di cadute sia quello di fratture.
L’attenzione dei ricercatori negli ultimi anni si sta inoltre concentrando sugli altri effetti legati all’uso di vitamina D: i benefici per il rischio cardiovascolare e oncologico e per le manifestazioni legate a malattie reumatiche, neurologiche e al diabete.
Diversi ricercatori hanno dimostrato come la vitamina D sia importante per inibire l’anormale crescita cellulare, un aspetto che rende il suo deficit un fattore di rischio per almeno tre dei principali tumori: prostata, seno e colon. Un altro sito d’azione della vitamina D è il sistema immunitario, le cellule deputate a difendere l’organismo dalle infezioni (monociti e macrofagi). Bassi livelli di vitamina D rendono quest’ultime meno efficienti nell’uccidere virus e batteri. I monociti e macrofagi infettati dal batterio responsabile della tubercolosi non riusciranno a eliminarlo in assenza di adeguati livelli di vitamina D. È questa la ragione della tradizione dei sanatori per i malati di tubercolosi e delle colonie estive in località di mare che ospitavano i bambini più inclini ad ammalarsi.

La carenza di vitamina D è stata inoltre associata a un aumentato rischio di malattie autoimmuni (ad esempio il diabete tipo 1, l’artrite reumatoide, le malattie infiammatorie intestinali), correlabile ad alterazioni nel sistema immunitario.
Correggendo il deficit di vitamina D si riduce del 30 % il rischio di sviluppo del diabete di tipo 2, la forma di diabete “alimentare”. Le popolazioni che vivono a latitudini più alte hanno spesso la pressione alta e sono più a rischio di malattie cardiovascolari rispetto agli abitanti dei paesi più soleggiati: anche in questo caso la vitamina D gioca un ruolo importante. Anche il sistema nervoso, fin dal suo sviluppo nell’utero materno, sembra soffrire in situazioni di carenza di vitamina D: essa è indispensabile più di quanto comunemente si pensi, ma la prospettiva più allettante è che possa diventare un agente preventivo.
Il contenuto in vitamina D degli alimenti viene generalmente espresso in peso, ma la vecchia unità internazionale (UI) è ancora in uso (1UI = 0,025 μg di vitamina D).

Mentre molti alimenti contengono il calcio (latte, latticini, alcuni tipi di acque), solo pochi alimenti, tutti di origine animale, contengono quantità significative di vitamina D.
L’olio di fegato di merluzzo ne è ricchissimo, come ben sapevano le nostre nonne, ma l’abitudine al suo consumo si è persa. Tra i pesci, quelli grassi ne possono contenere fino a 25 mg/100g (salmone, aringa, ecc.), tra le carni solo il fegato ne contiene oltre il livello di tracce (0,5 mg/100g), mentre le uova ne contengono circa 1,75 mg/100g. Sarà dunque difficile arrivare ai livelli raccomandati se non con l’assunzione di alimenti fortificati con vitamina D (pochi per la verità in Italia) o con una supplementazione, particolarmente importante nei soggetti in cui la sintesi endogena non risulti sufficiente a coprire il fabbisogno (il neonato e il bambino fino ai tre anni, l’anziano e la donna in gravidanza, durante l’allattamento e post menopausa).
Nel resto della popolazione, un’esposizione al sole di almeno 15-20 minuti, senza protettori solari per tre volte alla settimana, per lo meno nei mesi da maggio a ottobre, è sufficiente per raggiungere una quantità adeguata.
In inverno e nei casi in cui questi accorgimenti non siano sufficienti a garantirne adeguati livelli è auspicabile ricorrere a un preparato medico, da assumere per bocca al pasto, a cadenza settimanale, mensile o trimestrale, secondo le modalità consigliate dal proprio medico di fiducia, ricordando che la somministrazione orale, in assenza di malattie particolari da malassorbimento, è molto più efficace di quella per iniezioni.