Diagnosi e cure

Trapianti di cuore: donare è la soluzione

48 anni fa, il 3 dicembre 1967, il sudafricano Christiaan Barnard eseguì il primo trapianto di cuore della storia. Il paziente, Louis Washkansky, morì 19 giorni dopo a causa di una polmonite. Da allora molti progressi sono stati fatti, anche grazie all’apporto del Dr. Gronda, oggi responsabile della ricerca cardiologica dell’IRCCS MultiMedica, che fu fra i promotori e fondatori del primo centro trapianti di cuore a Milano, nel 1985, e che non fu solamente il cardiologo del primo trapiantato milanese, ma anche dei successivi 470.

Meno di 300 trapianti all’anno ma liste d’attesa infinite

In Italia ogni anno vengono effettuati poco meno di 300 trapianti di cuore l’anno con alti tassi di successo: la tecnica dell’operazione è ormai consolidata e nei centri accreditati c.ca l’80% circa dei pazienti è vivo dopo il primo anno post-trapianto. Questo risultato è conseguito anche grazie a nuovi farmaci immunosoppressori che hanno garantito un miglior controllo del rigetto acuto e cronico. Il vero problema dei trapianti di cuore sono purtroppo le liste d’attesa infinite. Una situazione che si aggrava sempre più considerando che i pazienti in attesa di trapianto sono quelli in cui l’insufficienza cardiaca è più grave e le cui aspettative di vita, senza un trapianto, sono molto esigue.

Il futuro nella tecnica?

Da ormai oltre due decenni si stanno studiando soluzioni alternative per il trapianto di cuore, con alterne fortune nella fase sperimentale. I più noti alle cronache sono stati i trapianti di cuore di maiale o di scimmia. Non è il caso però di farsi illusioni, l’utilizzo degli organi di questi animali pone problemi di tolleranza dell’organo trapiantato non ancora superati. Questi dipendono dalle barriere fisiologiche e immunologiche che impediscono a questi organi di essere accettati dall’organismo del paziente ricevente. Un’altra strada percorsa, fin dai primi anni ’90 anche in Italia, è quella dell’impianto di un cuore artificiale che ha visto maturare progressi negli anni grazie anche ai nuovi cuori artificiali che, dal punto di vista tecnico, forniscono ottime garanzie. Si tratta però di una soluzione “ponte”, in attesa di un ritrapianto di cuore, perché un cuore artificiale nel lungo periodo causa una notevole diminuzione della qualità della vita. Basti pensare semplicemente al problema legato all’alimentazione dell’organo artificiale, attraverso batterie esterne, che il trapiantato è costretto a portare con sé.

Servono più donatori

Oggi purtroppo la percentuale di donatori di organi è esigua, a fronte di una enorme e crescente richiesta. Su questa carenza incide anche il rifiuto di donare gli organi dopo la morte, spesso per mancata dichiarazione in vita la propria scelta o a causa dei familiari che negano il consenso al prelievo degli organi dopo la morte cerebrale. Un semplice atto, quello di diventare donatore. Esso può salvare la vita di più pazienti in attesa di trapianto tramite la donazione di diversi organi (cuore, reni, fegato, polmoni, cornee, ecc). Sensibilizzare ed educare la popolazione è la soluzione più immediatamente percorribile per risolvere il problema delle lunghissime liste d’attesa.