Salute donna

Tumore: nel non sentirmi sola la mia forza

La mia storia inizia all’età di 39 anni. Mi si era gonfiato il seno e per questo ho deciso di fare un’ecografia di controllo. Dopo l’esame, il Senologo mi ha detto che avrei dovuto fare un ago aspirato. Pochi giorni dopo ebbi l’esito: tumore maligno. È stato uno shock, soprattutto scoprire di non poter essere subito operata ma di dovermi sottoporre prima a chemioterapia.

Si sono succeduti più cicli: i primi con scarso successo, gli altri, invece, con un esito molto positivo.

A quel punto ho potuto essere operata per rimuovere il tumore. Mastectomia.
Ma il mio percorso non era certo finito. All’intervento sono seguiti nuovi cicli di chemioterapia e di radioterapia, sotto l’attento e affettuoso controllo di un’equipe allargata di professionisti che, devo riconoscerlo, hanno contribuito con la loro empatia a farmi affrontare questa dura prova con tenacia e ottimismo, fondamentali per meglio tollerare terapie così “quotidiane” e prolungate nel tempo!
Finita la radioterapia mi è stata prescritta una terapia a base di un anticorpo monoclonale per un anno. Il mio tipo di tumore si dimostrava reattivo a questo anticorpo, sembrava quindi che l’incubo si fosse concluso. Ho così cominciato a ripensare al mio corpo: avendo fatto uno scavo ascellare, con asportazione del seno intero, desideravo procedere per la sua ricostruzione, ma proprio allora si è presentata la prima recidiva e il percorso di ricostruzione necessariamente si è interrotto.
Da qualche mese sto seguendo un protocollo con un farmaco sperimentale. Non trattandosi di una chemioterapia, fisicamente sto molto bene e già si vedono i primi miglioramenti. So di essere una malata cronica e che, fra l’altro, la malattia può rendersi resistente a una terapia che inizialmente funziona e nel tempo smette di funzionare. Anche da paziente a paziente le cose cambiano. Per quanto mi riguarda, finché c’è una cura da fare io la farò.
Ciò che mi dà forza è la mia famiglia. Le due domande che più mi tormentano sono: guarirò mai? Perché proprio a me? Ma non esiste nessuno che possa darmi queste rispose. Per questo preferisco contare sull’affetto di chi mi è vicino, di mio marito e dei miei figli. E poi la malattia mi ha aperto gli occhi su tante cose: il fatto di non sapere come mi sentirò domani mi spinge a vivere intensamente il presente, a programmare viaggi e a non mancare, anche se stanca, agli appuntamenti con i miei figli. Desidero che associno a me più belle esperienze possibili.
Sembrerà paradossale, ma mi sento viva più che mai, anche se sotto continuo trattamento. Io stessa avevo un’idea della malattia da film tragico: solo vomito, debolezza e chemio. La chemioterapia oggi ha fatto passi da gigante e non tutte le cure sono pesanti allo stesso modo. Certo bisogna fare continui controlli, ma è importante non chiudersi in se stessi e non lasciare che la malattia prenda il sopravvento. Mai.