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Verso una prospettiva di “Welfare Culturale”

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una straordinaria fioritura di studi scientifici e di esperienze nei più vari contesti della società civile che esplorano il ruolo della cultura come fattore fondamentale per la promozione del benessere e della salute. A partire dai primi studi pionieristici sugli effetti della partecipazione culturale sull’aspettativa di vita, si è assistito progressivamente non soltanto ad un progressivo consolidamento dei risultati iniziali, ma anche ad un progressivo allargamento di temi e di metodi di ricerca, che ha dischiuso uno spettro di possibilità sempre più ampio. Oggi esistono studi che mostrano l’effetto della cultura sulla qualità della vita e sul benessere psicologico, ma anche la sua efficacia nei più vari ambiti clinici, dall’anestesia alla terapia del dolore, alle malattie del metabolismo, alla gerontologia, per limitarci a qualche area tra le più indagate, tanto da poter configurare oggi quasi le esperienze culturali come una forma specifica di medicina complementare.

Dal punto di vista progettuale, esistono ormai molti ospedali in tutto il mondo, così come vari tipi di organizzazioni culturali, che hanno introdotto e praticano attività terapeutiche attraverso la partecipazione culturale che vanno al di là delle forme più tradizionali di arte terapia, generalmente non soggette a valutazioni di tipo clinico e a misure rigorose di efficacia. Si va così diffondendo l’idea di un possibile paradigma di ‘welfare culturale’ che faccia diventare l’intervento culturale non soltanto una forma di cura, ma anche una strategia di politica economica e sociale che migliori l’efficacia della spesa pubblica socio-sanitaria attraverso interventi che riducono i costi per la collettività per alcune categorie di soggetti particolarmente a rischio ma allo stesso tempo particolarmente sensibili all’efficacia della partecipazione culturale, come ad esempio le persone anziane e quelle affette da più patologie croniche anche gravi.

A questi risultati decisamente incoraggianti si contrappongono tuttavia, come è lecito aspettarsi, ancora profondi scetticismi, in primis all’interno della professione medica, in quanto, da un lato, è forte la tentazione di considerare le esperienze culturali come forme palliative o addirittura come un placebo privo di una reale efficacia clinica, mentre dall’altro mancano ancora studi clinici randomizzati di dimensioni tali da conformarsi agli standard della ricerca clinica più selettiva e capace di attirare grandi finanziamenti pubblici e privati. In questo scenario esiste un evidente potenziale di leadership per quei soggetti che siano interessati a promuovere ulteriormente non soltanto la ricerca, ma anche la sua traduzione in veri e propri protocolli capaci di produrre effetti concreti e misurabili in termini di promozione della salute e del benessere. Se opportunamente declinato, un approccio di welfare culturale può infatti produrre un miglioramento della qualità della vita e del benessere dei soggetti assistiti dal sistema di welfare riducendo allo stesso tempo i costi di ospedalizzazione, degenza e medicalizzazione e quindi liberando risorse che possono essere utilizzate, tra gli altri scopi, per coprire questi stessi interventi, che quindi di fatto si auto-finanzierebbero.

Ma per arrivare a questo risultato occorrono appunto nuove esperienze pilota, non più come accaduto finora su scala ridotta ma con numeri significativamente più ampi. D’altronde, che i tempi siano maturi per questo genere di sperimentazione è mostrato anche dall’attenzione che i media hanno rivolto finora ai risultati di esperimenti condotti su piccoli numeri ma con risultati decisamente contro-intuitivi e incoraggianti. Particolarmente interessante appare, in questa prospettiva, l’opportunità offerta dall’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018, promosso dalla Comunità Europea con lo scopo specifico di dare più spazio e rilevanza al patrimonio come fattore di coesione sociale, dialogo interculturale, cittadinanza attiva, ma anche come fonte di produzione di valore economico e sociale.

Tra gli obiettivi esplicitamente stabiliti dalla Commissione Europea vi è proprio quello di promuovere il patrimonio come piattaforma di sviluppo di nuova forme di ricerca e innovazione. Il tema del welfare culturale applicato al patrimonio si pone quindi come pienamente congruente agli attuali indirizzi della Commissione Europea. La decisione che istituisce l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale insiste infatti sulla necessità di promuovere studi e progetti che rendano misurabile il contributo del patrimonio culturale al benessere dei cittadini europei, e il welfare culturale rappresenta una delle frontiere di sperimentazione più promettenti ed entusiasmanti.

Pier Luigi Sacco è Professore di Economia della Cultura presso l’Università IULM di Milano, Senior Researcher presso il metaLAB (at) Harvard e Visiting Scholar presso la Harvard University. Special Adviser del Commissario Europeo alla Cultura e all’Educazione, è membro del Comitato Tecnico-scientifico per i Musei e l’Economia della Cultura del MIBACT, dello Scientific Advisory Group di Europeana Foundation e dell’International Advisory Board del Segretariato per la Ricerca, Sviluppo e Innovazione della Repubblica Ceca.