Parlami di te

Imperativo categorico: non arrendersi!

Nel mio curriculum vitae il titolo di ‘cardiopatica’ risale al 1990, quando, alle porte dei quarantanni, ho avuto il primo infarto. Memore dell’esperienza vissuta da mio padre, anch’egli cardiopatico e colpito da infarto alla medesima età, non accettavo l’idea di limitare la mia vita costringendomi al ruolo di ‘malata’.

A un primo fuggevole incontro, la signora Luisa appare una donna minuta e indebolita dall’ultima prova che la malattia le ha sottoposto, ma guardandola nei grandi occhi chiari e approfondendone la conoscenza si scopre una persona dal carattere forte e tenace, determinata a spuntarla sulla malattia e probabilmente su qualunque ostacolo si trovi davanti.

Signora Luisa, un infarto all’età di 39 anni è sicuramente un imprevisto non da poco. Cosa ha provato in quel momento?

Infatti, proprio un fulmine a ciel sereno, anche se quella sera, uscendo dall’ufficio, stava piovendo! Non capivo da cosa dipendesse, ma mentre mi avvicinavo all’auto correndo, una fitta al centro del petto mi ha lasciata senza fiato, fino al mio arrivo in ospedale. La diagnosi: un infarto provocato dalla mia predisposizione alla creazione di depositi nelle arterie, placche che staccandosi dalla parete della vena vanno a occluderla. Il tutto aggravato da qualche cattiva abitudine, come il fumo e lo stress di una vita piena di impegni. Nei giorni seguenti i medici si raccomandavano di ripiegare su un’esistenza più tranquilla, di rallentare il ritmo, ma la vita che conducevo a me piaceva così come’era. Perciò decisi di andare avanti per la mia strada e una volta presa coscienza che la vita può interrompersi da un momento all’altro, ripresi come e da dove avevo lasciato quel giorno.

Questo è stato il primo di tre episodi analoghi, nel 1995 il secondo e nel 2000 il terzo; le due successive volte le hanno fatto cambiare idea circa il suo stile di vita?

Assolutamente no, sono rimasta ferma nella mia posizione, anche perché il ricordo delle continue privazioni che per quasi trentanni si era autoimposto e ci aveva imposto mio padre, anche lui cardiopatico e colpito da infarto in giovane età, era per me una condizione improponibile. Avevo tanti progetti, tante cose da fare e non volevo rinunciare a nessuna, dopo tanto lavoro e sacrifici iniziavo a raccoglierne i frutti e non avevo certo intenzione di rinunciarvi, calandomi nel ruolo di ’malata’ o essere additata come tale, tant’è che, a parte le persone a me più vicine, non dicevo a nessuno della mia condizione.

Fino al mese di marzo. Ci racconta cosa le è successo?

È stato durante un controllo, più precisamente durante una coronografia, che sono andata in arresto cardiaco, fortunatamente, essendo in ospedale, i soccorsi sono stati immediati ma per circa due mesi sono stata in coma indotto farmacologicamente. In realtà io non ricordo nulla di quel periodo, quello che sto raccontando mi è stato riferito dai miei familiari e amici. Quel che so per esperienza diretta è che una volta risvegliata ho dovuto fare i conti con quanto mi era accaduto: ero stata tracheotomizzata, una gamba era stata interessata da un embolo, inoltre la considerevole perdita di peso e soprattutto di massa muscolare mi aveva reso “letto-dipendente” e bisognosa di aiuto per fare qualunque cosa.

Una condizione per lei inaccettabile

Esattamente, ma a differenza delle precedenti, mi resi subito conto che in questa circostanza avrei avuto bisogno di aiuto, la mia sola forza di volontà non sarebbe bastata. Fortunatamente sono capitata nel posto giusto! Combinazione volle che, a causa di una complicanza polmonare, all’inizio di maggio, poco dopo il mio risveglio, venni trasferita all’Ospedale San Giuseppe e, dopo un paio di giorni trascorsi nel reparto di Pneumologia, vista la mia storia clinica sono approdata all’Unità di Riabilitazione Cardiologica diretta dal Dott. Anzà. Da subito ho trovato sia nell’equipe medica, sia in quella infermieristica che di fisioterapia, persone capaci professionalmente e attente dal punto di vista umano, protesi verso i bisogni del paziente, che monitorano costantemente, in ogni momento della giornata e in ogni attività, tanto che a volte mi è capitato di chiedermi: “come fa l’infermiere di turno pomeridiano a sapere cosa ho fatto durante la mattinata!” Soprattutto con le Dott.sse Cattadori e Segurini mi sono sentita subito in sintonia, condizione che reputo ottimale per affrontare al meglio il periodo di riabilitazione, che non si limita alla sola sfera cardiologica ma, potendo contare sulla collaborazione di altri specialisti, si amplia nella cura di patologie secondarie. Inoltre nel reparto è regolarmente presente anche la figura dello psicologo, che però non ho avuto il piacere di conoscere dal punto di vista professionale perché sembra che io sia già ben motivata alla guarigione!

Su questo concordo pienamente! Quali sono le sue aspettative oggi?

Direi una sola: recuperare il tempo perso! Quando sono arrivata in reparto non riuscivo neppure a mangiare da sola, non riuscivo a tenere in mano nemmeno le posate. Ora, oltre ad alimentarmi autonomamente, mi sposto dal letto alla carrozzina e mi muovo da sola per il reparto, inoltre mi sono ritagliata un angolo-studio e con il mio computer ho ripreso i contatti e le mie attività in attesa di rimettermi completamente. Sono consapevole che la strada è ancora lunga per ritrovare l’autonomia completa, del resto come mi dicono spesso, non sono passati che due mesi da che mi sono risvegliata!

 

In cosa consiste la riabilitazione cardiologica?

La Riabilitazione Cardiologica prevede un approccio multidisciplinare al malato cardiopatico con coinvolgimento del medico cardiologo, di personale infermieristico specializzato, di fisioterapisti e psicologici dedicati. Si occupa di pazienti stabilizzati dopo un evento acuto (es. infarto miocardico, intervento cardochirurgico, intervento di chirurgia vascolare, rivascolarizzazione coronarica percutanea, scompenso cardiaco) con gli obiettivi di ottimizzazione terapeutica, riduzione delle disabilità, monitoraggio delle complicanze e prevenzione secondaria. La caratteristica di Alta Intensità della Riabilitazione Cardiologica all’Ospedale San Giuseppe permette anche di trattare malati complessi e critici con ausilio strumentale (monitor, ventilatori, ecc) simile a quanto avviene in Unità per Acuti.

Tale approccio multidisciplinare (“insieme a qualche sorriso” tiene a precisare la dr.ssa Gaia Cattadori) si è dimostrato scientificamente efficace nel ridurre le ospedalizzazioni e migliorare la sopravvivenza di questi pazienti.