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Ricerca scientifica

Riportare indietro l’orologio dell’aterosclerosi. Un obiettivo raggiungibile?

Sono noti a tutti i danni dell’aterosclerosi, causati dall’accumulo di colesterolo nella parete delle arterie coronarie, che determina restringimenti (detti “placche aterosclerotiche”) e innesca la formazione di coaguli (“trombi) all’interno del vaso. Questi fenomeni riducono il passaggio del sangue all’interno del muscolo cardiaco, fino anche ad interromperlo del tutto causando infarto.

Per contrastare questi fenomeni è importante mantenere basso il livello di colesterolo del sangue, attraverso opportune norme dietetiche e, soprattutto, ricorrendo a farmaci che riducono la produzione di colesterolo nell’organismo. Tra questi, i più usati sono le cosiddette “statine”; tuttavia, la loro efficacia sulla produzione di colesterolo si traduce in un rallentamento della formazione e crescita delle placche, ma non è ancora sufficiente ad eliminare il rischio legato alla aterosclerosi, poiché questi farmaci non sono in grado di fare regredire le placche già formate.

Il quesito quindi è se sia possibile riportare indietro l’orologio dell’aterosclerosi, con interventi che siano in grado di ridurre, o addirittura eliminare, il colesterolo già presente all’interno della placca. Come detto, i farmaci che riducono il colesterolo non sono in grado di avere questo effetto. Ricerche del tutto recenti stanno invece indicando una strada alternativa, estremamente promettente.

In realtà questa strada era già stata preconizzata negli anni ’70, quando il gruppo del Prof. Cesare Sirtori, di Milano, studiando gli abitanti di Limone sul Garda, notò in quel paese una percentuale più elevata di soggetti molto anziani o centenari, che andavano incontro raramente ad infarto. Il colesterolo non circola nel sangue come tale, ma viene trasportato all’interno di particolari proteine, le lipoproteine. Lo studio evidenziò che in questi soggetti il colesterolo era veicolato da una particolare forma di lipo-proteina, che aveva una maggiore efficacia nel legare il colesterolo, la quale venne chiamata “Apo-1-Milano”, e si pensò che potesse essere utilizzata per trattare pazienti con colesterolo elevato. L’effettivo utilizzo fu poi ostacolato da problemi tecnici, ma l’idea è rimasta fino ai nostri giorni.

I progressi della farmacologia hanno ora consentito di ottenere una forma pura di lipoproteina umana Apo-1. Presso la Harvard School of Medicine di Boston è nato quindi il progetto di ricerca AEGIS, coordinato per l’Italia dallo scrivente, per valutarne gli effetti in pazienti con infarto del miocardio. In un primo studio il farmaco ha ridotto notevolmente le dimensioni delle placche coronariche: un risultato mai raggiunto in precedenza! In sostanza, la Apo-1 somministrata si comporta come una “spugna” nei confronti del colesterolo, in grado di attrarlo a sé distaccandolo dalla placca.

Avendo verificato la tollerabilità e la mancanza di effetti collaterali, si è passati alla fase successiva per valutare se la regressione della placca sia accompagnata da una diminuzione della probabilità di nuovi episodi di infarto in questi pazienti. Lo studio, tutt’ora in corso, vede in prima fila il contributo del Gruppo MultiMedica, dove sotto la responsabilità del Dott. Pedretti (Direttore del Dipartimento Cardiovascolare) vengono arruolati pazienti ricoverati per infarto presso la struttura ospedaliera di Sesto San Giovanni, per essere sottoposti a questa terapia innovativa in aggiunta alle cure standard.

I prossimi mesi ci diranno quanto questo approccio così innovativo sia in grado di fare “ringiovanire” le arterie coronariche, depurandole del colesterolo accumulato.

 

Giuseppe Ambrosio, Vice-Direttore Scientifico – IRCCS MultiMedica