Parlami di te

Un percorso carico di emozioni

Si pensa sempre che il periodo di gravidanza duri nove mesi, dal concepimento alla nascita, senza contare la fase di desiderio e attesa che precede l’evento. L’occasione per cambiare questa convinzione arriva dall’esperienza di Chiara, neomamma presso il reparto di Ostetricia dell’Ospedale San Giuseppe.

Ho sempre pensato di avere un figlio, ma non mi sembrava mai il momento giusto; poi, un giorno, la sensazione che quel momento fosse arrivato, e abbiamo così deciso di intraprendere questo percorso.

Chiara, ci spiega questa sensazione?

Forse l’età, forse un’acquisizione di consapevolezza. Vede, il mio lavoro, sono psicoterapeuta, mi porta a contatto con realtà a volte difficili, sapevo che non bastava la decisione di avere un figlio perché si tramutasse in realtà. Ne ho parlato subito con la mia ginecologa, che ha condiviso il mio entusiasmo e fornito consigli e indicazioni, e dopo qualche mese, la lieta notizia.

Traguardo raggiunto!

Sembrerebbe così, ma la strada è ancora lunga, sia a livello fisico, sia psicologico perché ogni momento ha una sua emozione corrispondente. All’inizio sei solo felice, poi quando realizzi che diventerai madre si affaccia la paura: sarei stata in grado di accudire a un bambino? Sarei diventata una mamma apprensiva? Ma nei primi tre mesi speri solo che le cose vadano nel migliore dei modi. Poi i controlli periodici e quelli “imposti” dall’età, essendo io una primipara prossima ai quaranta, e alcuni di questi, l’amniocentesi e la villocentesi per esempio, sono un po’ invasivi.

E tutto questo da sola?

Beh, anche il padre vive queste emozioni, anche se non tutte direttamente. Si sente coinvolto e partecipe. E poi ho avuto la fortuna di trovare un buon sostegno in ospedale dove, oltre alla mia ginecologa, sono stata “coccolata” da un vero e proprio team che è sempre riuscito a fornirmi spiegazioni e consigli con chiarezza e tempestività. Anche se è stato con la partecipazione al corso di preparazione al parto che ho capito che il San Giuseppe era l’ospedale che faceva per me.

Perché, cosa stava cercando di particolare?

Un posto raccolto, con cui si potesse creare un rapporto confidenziale, quasi familiare, del resto sarebbe stato il luogo nel quale avrei poi partorito e si è rivelata una buona scelta anche quando, spaventata per delle perdite ematiche, mi sono rivolta al Pronto Soccorso, in contatto continuo con la sala parto.

E poi il parto…

Già! È iniziato un sabato sera, ma non me ne sono accorta subito: il mio compagno aveva una brutta influenza e fino a domenica sera, quando si è ripreso un poco, non ho realizzato che il momento fosse arrivato. Mi sono presentata in San Giuseppe e il ginecologo e l’ostetrica di turno hanno confermato la mia supposizione. Ma non era ancora il momento di vedere la mia bambina, avrei dovuto aspettare fino alla sera del lunedì…

Un travaglio lungo quindi?

Sicuramente per me lo è stato, anche se tutto sommato vissuto con serenità, merito del lavoro sinergico tra ginecologo, ostetrica e anestesista. Sembrava fossero tutti a mia disposizione, non mi hanno lasciato un momento senza sostegno pur senza interferire nelle competenze proprie di ogni figura. Ci sono volute circa quattro ore e alcuni momenti sono stati davvero impegnativi e dolorosi ma gestiti senza cadere nel panico, perché l’obiettivo era dare alla vita Irene.

E come è stato il primo contatto?

Durante il corso di preparazione al parto l’ostetrica aveva illustrato la pratica in uso presso la struttura dello “skin to skin”, e così abbiamo fatto: ci siamo riconosciute subito e anche quando è venuto il momento di attaccarsi, Irene non ha trovato difficoltà.

Infine a casa

Altro che fine! È a casa che incomincia la straordinaria avventura dell’essere genitori.
Per fortuna nella settimana trascorsa in ospedale dopo il parto, che mi aveva lasciato qualche postumo, ho potuto cogliere alcune astuzie che mi sono servite a cavarmela una volta sola con la mia bambina. Affronto ogni nuova situazione confidando nell’istinto, aiutandomi con la memoria dei consigli che mi furono dati a suo tempo e rivolgendomi senza indugio o imbarazzo allo specialista, ma soprattutto facendomi guidare dal sorriso di Irene.

Lo skin to skin e la rooming-in

Il contatto pelle a pelle del neonato sano con la madre subito dopo la nascita e anche prima che sia tagliato il cordone ombelicale è una delle buone pratiche indicate dall’OMS/UNICEF per la promozione, il sostegno e il mantenimento dell’allattamento al seno.

Il contatto pelle a pelle inoltre:

  • Calma la madre e il neonato, aiutandoli a stabilizzare il battito cardiaco e il respiro.
  • Mantiene il neonato caldo grazie al calore del corpo della madre.
  • Aiuta l’adattamento metabolico e la stabilizzazione del glucosio nel sangue del neonato.
  • Rende possibile la colonizzazione dell’intestino del neonato con i batteri della madre, a condizione che sia la madre, e non l’ostetrica, il medico o altri (in questo caso la colonizzazione avviene con i batteri di queste persone), a tenerlo per prima in braccio.
  • Riduce il pianto del neonato, diminuendo lo stress e il consumo d’energia.
  • Dato che il neonato è vigile nella prima ora o due, facilita lo stabilirsi del vincolo con la madre; dopo due o tre ore i neonati spesso dormono per lunghi periodi di tempo.
  • Consente al neonato di cercare e trovare il seno e di attaccarsi da solo, il che aumenta la probabilità di una suzione efficace rispetto a quando il neonato è separato dalla madre durante le prime ore dopo il parto.

Con il termine di rooming-in si intende la sistemazione del neonato nella stessa stanza della madre in modo che trascorrano assieme 24 ore su 24 durante la permanenza in ospedale.

Il rooming-in ha molti benefici:

  • I bambini dormono meglio e piangono meno.
  • Prima della nascita le madri ed i bambini hanno sviluppato un ritmo veglia/sonno che sarebbe disturbato in caso di separazione.
  • L’allattamento al seno si avvia bene e continua più a lungo, ed il bambino guadagna peso rapidamente.
  • É più semplice alimentare in risposta ai segnali del bambino quando questi è vicino, favorendo così una buona produzione di latte.
  • Le madri acquistano più fiducia nella loro capacità di accudire al loro bambino.
  • Le madri possono vedere che il loro bambino sta bene e non sono preoccupate per il pianto del bambino al nido.
  • Il bambino è esposto a meno infezioni quando è vicino a sua madre che al nido.
  • Si promuove il vincolo tra mamma e bambino, anche se la mamma non allatta.