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La comunicazione nel processo di cura

Per chiunque di noi è facile dare un significato alla parola emozione o sentimento. Ben altra storia invece è essere in grado di esprimerli e trasmetterli come vorremmo o ancor di può cercare di comprendere quello che gli altri ci vogliono trasmettere.

Ma perché esprimere emozioni e sentimenti è così importanti per l’essere umano? Già Aristotele nel IV secolo a.c. aveva sottolineato che “l’uomo è un animale sociale”; la vita si evolve e muta attraverso l’interazione e la relazione con l’altro. Questi aspetti dovrebbero far riflettere su come gli aspetti relazionali possano agire nel processo di cura di qualsiasi malattia. Non è un caso che ormai non si parli più di medicina centrata sulla malattia ma sulla persona. Alcune ricerche condotte attraverso l’utilizzo di moderne tecniche di visualizzazione in vivo del cervello, come la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fRMI), hanno dimostrato che la sola psicoterapia (il cui unico strumento terapeutico è la messa in atto di una relazione empatica) induce dei significativi cambiamenti nell’attività funzionale del cervello.

Nei soggetti affetti da disturbi psichici, tali variazioni encefaliche sono correlate al miglioramento clinico. Oppure altri studi, uscendo dall’ambito dei disturbi psichici, hanno evidenziato che la ricezione delle parole può far variare, a livello cerebrale, il rilascio di alcuni neurotrasmettitori. Ad esempio la visualizzazione della parola “no”, anche per un solo secondo, scatena dei meccanismi che conducono alla stimolazione del rilascio di cortisolo, ormone responsabile dello stress.

Dovrebbe pertanto essere evidente che in qualsiasi ambiente sanitario la corretta comunicazione, tra chi soffre e chi si prende cura, è un tassello fondamentale del trattamento. Questo processo ha chiaramente due direzioni: dal sanitario al paziente e dal paziente al sanitario.

Il sanitario ha il dovere di mettersi in una posizione di ascolto, non solo per comprendere la malattia, ma anche per capire come poter aiutare la persona nel processo di cura. Troppe volte una prescrizione eseguita in maniera standardizzata o un linguaggio troppo complesso non permettono al paziente di compiere una scelta consapevole in merito al trattamento o, ancor peggio, di non comprendere come attenersi a determinati consigli. Malauguratamente i sanitari lamentano quanto i tempi da dedicare a una visita siano sempre più brevi e pertanto lo spazio da dare all’ascolto risulta sempre minore; questo però non deve far distogliere dal dare importanza alla qualità della relazione. È quindi utile che anche il paziente si metta nei confronti del clinico in una posizione di fiducia, cercando a sua volta di comunicare in maniera limpida al clinico, esprimendo le proprie emozioni, perplessità, paure e dubbi. Deve però avere chiaro che dall’altra parte c’è sempre una persona, una persona il cui obbiettivo è utilizzare al meglio le sue conoscenze per prendersi cura. Una persona che non è onnipotente e né ha la capacità di poter prevedere con totale certezza l’efficacia di un trattamento.

Solo con queste basi si può creare una corretta alleanza terapeutica e la creazione di un percorso di cura centrato sulla persona.

“Il medico stesso è la prima e più importante medicina per il paziente
Michael Balint

Dr.ssa Maura Levi, Psicologa Clinica dell’IRCCS MultiMedica