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Liberarsi dal dolore è una sfida di gruppo

È ormai risaputo che il dolore cronico da cancro è la sommatoria di fattori fisici, funzionali e psicologici e che la qualità di vita dei pazienti dipende fondamentalmente dall’aspetto della sofferenza che è presente nel 60-70% dei casi. Il dolore oncologico è quindi un intreccio di dolore fisico e psichico, tant’è che spesso ai farmaci antalgici si accompagnano quelli per ridurre l’ansia o la depressione. La sofferenza psicologica è la conseguenza delle emozioni di perdita e di paura, cui si associa una sensazione di emarginazione sociale, sentendosi solo come ammalato, aggravata dal fatto di percepirsi un peso per la famiglia. L’insieme di questi aspetti crea una sofferenza, che viene percepita come annichilente, che toglie la progettualità e che è portatrice di cattive aspettative che ostacolano il mantenimento di un atteggiamento vitale e di speranza.

Da circa due anni presso l’Ospedale San Giuseppe è in atto un progetto di supporto psicologico per pazienti oncologici in fase adiuvante di terapia o nella fase di recidiva di malattia per la diminuzione della percezione del dolore cronico attraverso un percorso di riconoscimento delle proprie emozioni e sentimenti riferiti alla malattia e alla loro vita. Lo strumento utilizzato è quello del gruppo di psicoterapia con frequenza quindicinale della durata di 90 minuti con lo scopo di riunire quelle persone che sembravano essere particolarmente sofferenti e con difficoltà nella gestione del dolore. Lo scopo di questo progetto è rendere attivi i pazienti, non più con la sensazione di sentirsi segregati in una posizione di passività e delega al medico nella gestione del dolore, ma di divenire soggetti attivi nel riconoscimento e nella gestione del dolore acuto e cronico, collaborando con l’équipe curante.

Il gruppo rappresenta uno spazio protetto e competente a fianco della medicina con cui bisognerebbe sempre interagire e dialogare, per evitare di riprodurre la consueta scissione mente-corpo, al fine di trasmettere ai partecipanti una comunicazione coerente di collaborazione e di alleanza terapeutica Si è optato per lo strumento del gruppo proprio per la sua specificità del “rispecchiamento” dove il dolore, oltre ad essere percepito intrasoggettivamente, viene manifestato verbalmente ed anche attraverso le espressioni del viso e della postura del corpo, quindi meglio capito e supportato dalla condivisione con gli altri. Grazie all’utilizzo del confronto tra persone con un denominatore comune, si può sperimentare la reciprocità nel vedere anche negli le proprie stesse difficoltà, si possono inoltre scambiare e apprendere esperienze collegate al disagio di sentirsi ammalati, cioè diversi. I componenti del gruppo possono parlare e mostrare le proprie fragilità che possono essere ascoltate comprese ed attraversate dall’esperienza condivisa e guidata dallo psicologo, che permette ai componenti di potersi rispecchiare e confrontare, stimolando lo scambio di una visione: dal sentirsi ammalati nel corpo-mente ad una riabilitazione globale stimolando la parte vitale e progettuale insita nella natura umana.

Il gruppo è uno strumento privilegiato per uscire da uno stato di sofferenza che tenderebbe all’isolamento, in direzione di una palestra protetta di socializzazione, prima di affrontare il “mare aperto” del sociale. Noi viviamo in una società retta dalla chimera del ben-essere a tutti i costi, dove non siamo educati al concetto di limite, che invece la malattia oncologica insegna attraverso l’esperienza di una nuova percezione del tempo scandito dai cicli di terapie, dalle attese, dalle incognite. Il gruppo quindi anche come strumento centrifugo per accelerare i tempi dell’apprendimento ad un nuovo adattamento alla vita ed anche ai cambiamenti dei vari punti di vista, con lo scopo allenarsi all’integrazione del concetto diverso dalla divisione netta di bene/male e buono/cattivo, ma valutarli inseriti nel “qui ed ora”, nella soggettività e nella relatività della vita.

In questi primi due anni di lavoro, il gruppo di supporto si è rilevato uno strumento idoneo per la conoscenza delle emozioni di solitudine, di paura ed incertezze verso il futuro, che spesso le persone malate tengono nascoste dentro di sé per proteggere i propri familiari, quegli stessi sentimenti che provano anche i congiunti ma che a loro volta non esprimono al congiunto ammalato per lo stesso scopo di protezione dalla sofferenza, creando così una congiura del silenzio, dove ognuno piange in camera propria.

Abbattere questo muro di “non detti” ha aiutato i nostri pazienti a ritrovare, e a volte a trovare per la prima volta, la sensazione di avere il diritto e la voglia di combattere la malattia, sentendosi attori e protagonisti della loro vita. Inoltre, attraversando situazioni penose anche precedenti alla malattia, hanno potuto constatare che il dolore incoercibile del cancro era causato sì dalla malattia ma aumentato anche da mal-esseri precedenti ed assopiti che abbassavano la soglia della percezione del dolore. Infine questa esperienza ha rinforzato il loro senso di essere combattenti contro il nemico cancro-passività, rendendoli più attivi nelle scelte terapeutiche, riabilitative e di supporto.

Luigi Valera, Psicologo e Psicoterapeuta, Unità di Oncologia, Ospedale San Giuseppe