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Ricerca scientifica

Sindrome dell’anziano fragile. Midollo osseo e marcatori di rischio

Quante volte ci siamo trovati a ragionare sul fatto che alcuni soggetti sembrano essere in qualche modo resistenti agli stress, sia fisici che psicologici, mentre altri si ammalano molto facilmente? Sappiamo che questa sorta di predisposizione avviene a tutte le età, ma di certo con l’avanzare dell’età diventa evidente che alcuni soggetti sono più vulnerabili di altri.
Oggi si sa che questa condizione rappresenta una vera e propria sindrome definita come “fragilità”. Anche se individui fragili si possono registrare a tutte le età, la fragilità è più frequente dopo i 65 anni e circa il 15% degli anziani ne soffre, con gravi conseguenze socio-sanitarie. È quindi importante trovare nuovi approcci per prevenirla ed eventualmente rallentarne il decorso.

Di cosa si tratta? Il termine sindrome della fragilità è stato coniato circa 20 anni fa e la comunità medico-scientifica ancora oggi ragiona attivamente sulla sua caratterizzazione. Infatti il concetto di fragilità è stato oggetto di diverse definizioni. La più comprensiva ed attuale la riferisce ad una condizione dinamica che colpisce un individuo che sperimenta perdite in uno o più domini funzionali (fisico, psichico, sociale) causate dall’influenza di più variabili, e che convergono nell’aumentare il rischio di risultati avversi per la salute. Gli individui fragili hanno difficoltà a far fronte agli eventi stressanti della vita, si ammalano più facilmente e diventano presto meno indipendenti. La caratteristica fisica principale è il decadimento muscolo-scheletrico e cognitivo. Ma anche il contesto sociale in cui si vive predispone alla fragilità, che è determinata dall’isolamento e dalla insufficiente relazione con gli altri. Uno stato infiammatorio sembra accompagnare le fasi avanzate e alcuni biomarcatori di infiammazione sono stati associati alla fragilità.

La domanda che ci si pone oggi è la seguente: è possibile individuare una persona fragile agli stadi iniziali della sindrome, quando cioè non presenta sintomi? Questo potrebbe consentire di attivare strategie utili a rallentare il decorso della fragilità, prevenire le malattie alle quali predispone, e magari anche riportare ad uno stato di non-fragilità. Infatti evidenze sempre maggiori dimostrano che uno stile di vita sano con un’alimentazione bilanciata ed esercizio fisico può influenzare in modo positivo la fragilità.
Inoltre la caratterizzazione di tale sindrome e l’individuazione di marcatori precoci della sua insorgenza ed evoluzione sono di importanza cruciale nel periodo di emergenza sanitaria da COVID-19. Infatti, il COVID-19 colpisce più frequentemente gli anziani e, sebbene le principali manifestazioni cliniche siano a carico dell’apparato respiratorio, le implicazioni per il sistema cardiovascolare sono a vari livelli, con conseguenze dannose acute e croniche.

Lo studio. Grazie ad un finanziamento della Fondazione Cariplo recentemente concluso, si è quindi portato avanti presso MultiMedica lo studio dei meccanismi molecolari e cellulari alla base della fragilità geriatrica per poterla prevenire e/o curare (Progetto Fondazione Cariplo “Bone marrow as a key organ contributing to frailty in the elderly”).
Poiché molti sintomi di fragilità si riferiscono direttamente/indirettamente al midollo osseo, fonte principale di cellule rigenerative cardiovascolari (CD34+), sono stati raccolti dati di ricerca clinica (indice di fragilità, capacità polmonare e funzione cardiaca) e di base (struttura del midollo, abbondanza di cellule rigenerative e loro profilo genico) di 35 soggetti pre-fragili di età maggiore di 65 anni di cui un campione midollare era disponibile come materiale di scarto dell’intervento di protesi d’anca per coxoartrosi.
Questo studio è stato possibile grazie alla proficua collaborazione tra le aree di ricerca clinica e di base con il coinvolgimento di specialisti delle Unità di Cardiologia, Pneumologia e Ortopedia, oltre ai ricercatori di base.

Risultati ottenuti. Sebbene non sia stata osservata una modifica strutturale del midollo osseo, i dati raccolti dimostrano un’alterazione precoce della funzione cardiaca e respiratoria in soggetti pre-fragili ed una condizione pro-infiammatoria delle cellule CD34+ che esprimono alti livelli delle allarmine S100A8 e S100A9, due proteine ad azione infiammatoria con effetti negativi sul cuore. Inoltre si è riscontrata un’associazione tra il profilo infiammatorio in circolo e parametri di disfunzione diastolica.
In collaborazione con l’Università di Padova, partner del progetto, i livelli di CD34+ e di allarmine sono stati studiati in una coorte di soggetti con comorbidità, confermando un’associazione con il rischio di eventi avversi cardiovascolari (MACE). Tali risultati sono in pubblicazione sulla rivista scientifica Aging Cell (Hematopoietic progenitor cell liabilities and alarmins S100A8/A9 – related inflammaging associate with frailty and predict poor cardiovascular outcomes in older adults. Aging Cell. 2022;00: e13545).

Quali saranno i prossimi passi da parte della Fondazione MultiMedica Onlus al riguardo? Trattandosi di uno studio condotto su una piccola coorte di soggetti, i prossimi passi sono volti a confermare i marcatori infiammatori di rischio di eventi cardiovascolari nell’anziano fragile in una nuova popolazione più ampia. Ci proponiamo inoltre di condurre una approfondita analisi in laboratorio sfruttando modelli cellulari che ci permettano di comprendere alcuni dei meccanismi molecolari di interazione tra cellule circolanti ematopoietiche/infiammatorie e cellule vascolari.

Quali prospettive future si aprono sul piano della ricerca scientifica e della pratica clinica? I dati raccolti mostrano come, anche in assenza di malattie, persone più fragili possono essere riconosciute dalla presenza di uno stato infiammatorio di basso grado. Misurare i livelli di tali fattori infiammatori, tra cui S100A8/A9, potrebbe essere uno strumento utile ad individuare tra gli anziani coloro che sono fragili o predisposti a divenirlo e che rischiano di sviluppare problemi cardiaci.
Se i risultati di questo studio pilota saranno riconfermati in popolazioni più ampie, potranno quindi contribuire allo sviluppo di nuove strategie di prevenzione e di cura per arrivare ad un invecchiamento di successo, un tema particolarmente rilevante in epoca COVID-19.

Con il contributo di:

Dott.ssa Gaia Spinetti, Ricercatrice, Laboratorio di Ricerca Fisiopatologia Cardiovascolare-Medicina Rigenerativa – IRCCS MultiMedica